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ESERCIZI SPIRITUALI 24 Marzo 2021

ESERCIZI SPIRITUALI 24 marzo 2021

Terza meditazione – 24 marzo 2021

Carissimi fratelli e sorelle,
dopo aver approfondito, ieri, la conoscenza dell’evangelista Matteo, dell’anima del Vangelo secondo Matteo e del testo relativo la prima notte e il primo sogno di Giuseppe, proseguiamo oggi con le altre tre notti e i gli altri tre sogni del santo.

«Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più”». (Mt 2,13-18)

Anche i Magi, di notte, nel sonno e nel sogno vengono avvertiti di non andare da Erode ma di tornare per un’altra strada al loro paese. Se vi sembra che tutto è compiuto, che vissero felici e contenti e che non ci sarebbero stati più problemi allora possiamo dire che state sognando ad occhi aperti. Rieccoci nuovamente nella condizione di dover fare delle scelte e di doversi fidare di chi non ti spiega il perché ma ti indica il per-come, per un’altra via, puoi custodire integra la tua famiglia. Erano appena partiti, per andare dove? Sicuramente la meta che si erano prefissi di raggiungere era Nazareth, tornare  a  casa. Considerate che  i movimenti in quelle grandi distese desertiche avvenivano in carovana e ce lo attesta sia il passo evangelico relativo alla perdita e il ritrovamento di Gesù al tempio, sia le attestazioni storiche e culturali del tempo. Le carovane si muovono di giorno mentre riposano la notte, sono solitamente numerose e quindi lente. Questo ci fa presumere che erano partiti, non erano molto distanti ed erano fermi per la sosta notturna. Eccoci nella seconda notte di Giuseppe e nel secondo sogno dove l’angelo del Signore sollecita un immediato movimento della piccola famiglia verso l’Egitto dove occorre rimanervi fino a nuovo avvertimento. La causa? Erode è risentito di essere stato preso in giro dai Magi e decide di cercare il bambino di cui gli avevano parlato, il suo potenziale rivale, per metterlo a morte.

La necessità di dover fuggire, di dover andare altrove e nello specifico di dover andare in Egitto non è una novità per il popolo ebraico e ve ne faccio i doverosi elenchi:

  • «Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo». (Es 2,15)
  • «Hadàd con alcuni Idumei a servizio del padre fuggì in Egitto. Allora Hadàd era giovinetto» (1Re 11,17)
  • «Salomone cercò di uccidere Geroboamo, il quale però trovò rifugio in Egitto presso Sisach, re di quella regione. Geroboamo rimase in Egitto fino alla morte di Salomone.» (1Re 11,40)
  • «Tutti, dal più piccolo al più grande, e tutti i capi delle bande armate si mossero per andare in Egitto, perché temevano da parte dei Caldei» (2Re 25,26)
  • «Il re Ioiakìm, tutti i suoi prodi e tutti i magistrati udirono le sue parole e il re cercò di ucciderlo, ma Uria lo venne a sapere e per timore fuggì andandosene in Egitto» (Ger 26,21)

Non sappiamo il reale motivo del perché tutti nel fuggire vanno in Egitto, possiamo dedurlo indicando alcuni possibili motivi: accoglienza, lavoro, casa, discrezione sulla vita passata, pur se con religioni diverse tolleranza reciproca. Una cosa è certa lì andarono e da lì tornarono. Questo riferimento mette in evidenza come la Santa Famiglia non fu risparmiata in nulla neanche nell’esperienza dell’immigrazione.

La sollecitudine di Giuseppe li porta ad alzarsi in piena notte, loro soli, senza carovane e in mezzo a chi sa quanti e quali pericoli per raggiungere al più presto l’Egitto. Va notato che quando noi obbediamo al Signore qualsiasi pericolo è annullato, qualsiasi difficoltà è superabile, qualsiasi paura è sciolta.

La durate della permanenza in Egitto è legata a due eventi significativi: la morte di Erode e il compimento di una profezia. In merito alla profezia ve ne riporto i riferimenti:

  • «Allora tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. Io ti avevo

detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva!» (Es 4,22-23)

  • «Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto» (Nm 23,22; 24,8)
  • «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1)

Le singole profezie mettono in evidenza che il ritorno dall’Egitto della Santa Famiglia è opera di una chiamata da parte di Dio così come già egli fece con il popolo d’Israele. La profezia, dove Israele è figura di Gesù, ci indica che è il figlio che torna e lo fa per servire.

Erode rendendosi conto di essere stato preso in giro, ma non considerando che lui per primo aveva preso in giro, si infuria e permette che ancora una volta gli errori passati si ripetano. L’infanticidio che ordina ha un precedente nella storia e in modo particolare ci rifacciamo al genocidio avvenuto ai tempi di Mosè bambino.

Proseguiamo con l’ascolto degli ultimi due sogni:

«Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”». (Mt 2,19-23)

Dio non tarda a mantenere e realizzare le promesse fatte. Nella terza notte e nel terzo sogno, attraverso l’angelo, Dio ordina a Giuseppe di prendere il bambino e Maria e tornare in Israele. La risposta è immediata, così come fece in precedenza. Non ci sono dubbi o ripensamenti, non ci si prende del tempo, subito si parte e si torna nella propria terra. Il ritorno era presumibilmente pensato a Betlemme o Gerusalemme stando al testo evangelico. Il testo ci racconta di un sentimento che albergava nel cuore di Giuseppe, la paura che era motivata dal fatto che a governare ci fosse il figlio di Erode, Archelao. La paura, così come spesso accade di fronte al presunto pericolo, spesso salva dall’errore, salva dal pericolo, salva dalla morte. Giuseppe, nonostante stia obbedendo a Dio, mette in campo anche la sua intelligenza e il suo discernimento, fa le sue valutazioni. Non è un esecutore passivo di ordini, ci mette del suo. Visto il pericolo ha paura e si chiede cosa deve fare. Ancora una volta il sogno e l’intervento di Dio l’orientano verso nord, verso la Galilea, verso Nazareth, dove finalmente si stabilisce. Questa meta oltre ad essere profetizzata, è più volte menzionata in Luca e negli Atti, testi che ora vi cito:

  • «Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui». (Lc 2,39)
  • «Partì dunque con loro e tornò a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini». (Lc 2,51-52)
  • «Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere». (Lc 4,16)
  • «Gli risposero: “Passa Gesù il Nazareno!”». (Lc 18,37)
  • «Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (Lc 24,19)
  • «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazareth – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua,

come voi ben sapete». (At 2,22)

  • «Ma Pietro gli disse: Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». (At 3,6)
  • «Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè!». (At 6,14)
  • «Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti». (At 22,8)
  • «Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno». (At 26,9)

Come avete sicuramente notato, la città di Nazareth non è solo il luogo profetizzato, non è solo il luogo dove è cresciuto Gesù, non è solo il luogo dove più volte torna Gesù, ma è anche il luogo che darà il nome identificativo a Gesù e ai suoi seguaci, nome che lui si stesso si attribuirà per farsi riconoscere.

Dopo aver fatto un’attenta lettura dei testi evangelici e messo in evidenza ciò che la stessa Parola dice su di essi, ritorniamo a porre i nostri riflettori sulla figura di Giuseppe.

Dio è cresciuto tanto nel cuore di Giuseppe, così come crebbe nel grembo di Maria e come dovrebbe accadere nel nostro. È una vita secondo Dio e non secondo il suo io. Giuseppe l’ha vissuta così. Anche se non lo ha detto con le parole, ma con le sue scelte, riempiendosi sempre di più di Dio, della sua volontà e del suo piano. Giovanni Battista riassume questa dinamica esistenziale e spirituale affermando: “È necessario che Lui cresca e io diminuisca”. L’io e Dio sono inversamente proporzionali, se uno cresce l’altro diminuisce e viceversa. Di conseguenza la vita acquista una dimensione di esodo, di uscita, di definitività, di andata senza ritorno. Assume l’andamento di esodo permanente e non di odissea vocata al ritorno.

  • Dio sta crescendo nella mia vita?
  • Il mio io è in una relazione inversamente proporzionale con Dio?

Con il procedere dei racconti emerge chiaramente che la categoria che Dio ci pone per imparare a conoscere, capire e imitare Giuseppe è quella della giustizia, lui è l’uomo giusto. Giuseppe nella storia della salvezza è in relazione a Dio, si è collocato bene al suo posto, svolgendo silenziosamente e fedelmente il suo compito, ed è questo che lo rende giusto agli occhi dell’umanità.

  • Noi ci possiamo considerare uomini giusti?
  • Abbiamo incontrato uomini giusti nella nostra vita? Se sì, in cosa e come è cambiata la nostra esistenza?
  • Come Giuseppe, sia nella storia della salvezza che nel vissuto di questa Comunità ci stiamo collocando al posto giusto? Stiamo svolgendo silenziosamente e fedelmente i nostri compiti o quelli che ci sono affidati?

La vita di Giuseppe è una vita per la sua famiglia, per Maria, per il suo Figlio Gesù, e dunque per Dio. Egli vive nel doppio significato in cui si può essere per, come causa efficiente e come causa finale, a partire da Dio e in vista di Dio. A maggiore ragione viene ribadito che è una vita relazionale, relazionata, e per questo non relativa. In una delle collette del tempo ordinario così preghiamo: “Signore fa’ che la nostra vita abbia in te il suo inizio e in te il suo compimento”.

Giuseppe non richiama l’attenzione su di sé, entra in scena ed esce sempre in punta di piedi, non fa rumore. È una persona non un personaggio, ama nascondersi più che mostrarsi, obbedire più che parlare, ha tanto spessore dentro e non gli serve cercarlo fuori, vuole essere di fronte a Dio e non di fronte agli uomini, non cerca l’approvazione degli altri, gli basta quella della sua coscienza e soprattutto quella di Dio.

  • In un tempo come il nostro dove il mondo ti considera per quanto scenico sei, tu come ti poni?
  • Come Giuseppe lasci che la tua coscienza sia il vero plauso delle tue azioni?
  • Pur rimanendo e agendo sempre di fronte agli uomini, lo fai come se fossi sempre davanti a Dio?

Il dramma, il dubbio di Giuseppe, che poi forse è la questione esistenziale di ogni credente, è quella di come vivere la propria storia, non pensando semplicemente a sé stessi, ma agli altri ed in tutto questo anche o soprattutto all’Altro che è Dio. La questione è come posizionarsi correttamente e con giustizia in riferimento a Dio, sia da un punto di vista esistenziale sia di fede. Qui è in gioco l’essenziale della vita, di ogni persona, di tutti i credenti, che è quello di sapere che l’unica cosa necessaria è dare a Dio quel che è di Dio e a all’uomo quel che è dell’uomo. L’essenziale della vita spesso non si capisce con la testa, a volte si comprende con il cuore, sicuramente e sempre si fa meglio con la fede.

Nella vita cristiana, così come ci attestata la Santa Famiglia, lo Spirito Santo c’entra sempre, c’entra tanto, c’entra in maniera determinante. Purtroppo noi tante volte viviamo come se lo Spirito non c’è, o tenendolo ai margini e considerando che agisca in maniera marginale nella nostra vita. Invece Giuseppe capisce che lo Spirito è sempre all’opera, nella sua vita come in quella di tutti. Che a Dio, allo Spirito nulla è impossibile. Dio agisce entro e oltre le regole che egli stesso ha creato perché tutto sia volto ad un fine di amore e di salvezza. In questo modo Giuseppe mette da parte i suoi ragionamenti, le sue considerazioni per entrare sempre di più e meglio nella storia di Dio, per accedere al bene che gli ha preparato, per occupare quel posto che Dio ha pensato per lui.

Giuseppe si sveglia, si alza e fa sempre quello che l’angelo gli ha detto. E lo fa prima di aver capito e spesso anche senza avere capito. Magari in un andirivieni che di logico ha poco, ma assecondando sempre i meandri dello Spirito che nelle sue tante spirali vuole avvolgere e coinvolgere tutti. La successione dei verbi indica la prontezza con cui Giuseppe entra nella storia di Dio. Ascoltò, si svegliò, obbedì, fece come l’angelo gli aveva indicato. Il resto, quando viene e se viene, viene dopo, perché per lui Dio viene prima.

Per questo l’esperienza che noi facciamo della vigilanza, della veglia, dell’attesa, ha bisogno di essere continuamente aggiornato e riformulato. Giuseppe è in perfetta sintonia, con il tempo di Dio, le sue modalità, le sue prospettive, le sue parole e il suo progetto. E senza battere ciglio o replicare, vive in quest’altro tempo, in questa nuova prospettiva, per compiere un’altra volontà, per dire il suo ‘eccomi’, per iniziare daccapo e sempre da un’altra parte.

Giuseppe in tutta questa storia ha sempre un sonno da interrompere, un sogno da seguire, un comando da eseguire, Dio a cui obbedire. Egli, senza proferire una parola, senza lamentarsi, e senza chiedere spiegazioni: si alza, si sveglia ed è subito pronto.

Giuseppe sa che la prima condizione per realizzare i sogni, anche o soprattutto quello di Dio è di svegliarsi, di alzarsi, e di non fare perché hai capito, ma fai, obbedisci, perché vuoi capire.

Così accade per la gravidanza di Maria, per la fuga in Egitto per mettere in salvo il bambino, per il ritorno e per cercare un altro luogo in cui abitare.

Prendere la storia dal verso di Dio significa aggiungere, proseguire, camminare, avanzare. La prima volta ha preso con sé Maria, adesso prende anche il Figlio, perché compiere la volontà di Dio

  • un’opera sempre da completare, da perfezionare. E soprattutto è un’opera sempre più complessa che si arricchisce di ulteriori capitoli e difficoltà. Un’opera che, se resta solo nelle nostre mani, rischia di rimanere incompiuta e sgangherata. Da qui l’invocazione del salmista: “completa in me Signore l’opera tua!”

Dopo questo cala il silenzio su questa storia per quasi un decennio. Giuseppe ritornerà protagonista di dolore, quando Gesù, a dodici anni, si perde nel viaggio di ritorno da Gerusalemme. Ma anche in questa circostanza non parla, lascia la scena a Maria la quale farà presente a Suo Figlio che proprio suo padre insieme a lei, angosciati, lo cercavano.

Di Giuseppe poi i Vangeli, almeno quelli ufficiali, non ci dicono molto di più, non accontentano la nostra curiosità.

Concludendo, auguro a voi tutti di poter sempre più apprezzare la bellezza dei Santi sposi Giuseppe e Maria che sono vostri amatissimi patroni. Spero che queste meditazioni hanno suscitato in voi una maggiore consapevolezza di chi è San Giuseppe nella Chiesa e di quanto importante sia la nostra devozione che non può limitarsi solo al ripetersi di tradizioni, sante e giuste, perché Giuseppe ci chiede di essere imitato ogni giorno nelle scelte della nostra vita.

Don Antonio Carcanella

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