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ESERCIZI SPIRITUALI

ESERCIZI SPIRITUALI

Prima meditazione – 22 marzo 2021

Carissimi fratelli e sorelle,

iniziamo questa sera un percorso spirituale che ci aiuterà a prepararci meglio alla celebrazione della Santa Pasqua.

Stiamo vivendo un tempo particolare, da un anno il COVID ha messa a dura prova la vita dell’intera umanità e con verità dobbiamo dirci che alla prova è stata messa anche la nostra fede, motivo per cui ciò che davamo per scontato necessità oggi di essere riscoperto e significativamente motivato.

Il discernimento attento e profetico del Santo Padre Papa Francesco ha illuminato la Chiesa con l’indizione dell’anno di San Giuseppe e della Sacra Famiglia. La figura di San Giuseppe vuol essere il punto di riferimento per ridestare la paternità ormai obnubilata in tanti padri sparsi nel mondo. Spesso la crescita dei figli è disorientata dalla mancanza di un padre che è deceduto o non c’è mai stato, ma è seriamente compromessa, la crescita, quando il padre c’è ma è come se non ci fosse. Similmente accade nel rapporto di coppia dove le spose denunciano sempre di più l’assenza di sposi che oltre a vivere, con loro, di un amore reciproco ed eterno, siano anche complici di una passione educativa nei confronti dei figli. L’istituto familiare, che Papa Francesco ha voluto incoraggiare con l’Esortazione Post-Sinodale Amoris Laetitia, necessita soprattutto oggi, in prospettiva di una ripresa di normalità in tutto il mondo, di essere sponsorizzato e rilanciato a partire da ciò che esso è: cellula vitale della società e della Chiesa.

In questi giorni, ci accompagnerà la figura di San Giuseppe ben coniugata con quella di Maria e Gesù. Ci metteremo alla scuola della Sacra Famiglia per ricordarci ed impegnarci a diventare ciò che siamo: piccola Chiesa domestica.

Mi permetterete, questa sera, di proporvi una riflessione introduttiva che faciliterà il cammino dei prossimi giorni e, spero e mi auguro, di tutta la nostra vita. Il passo biblico che accompagnerà la riflessione di questa sera è tratto dal Vangelo di Matteo che narra la professione di fede e il primato di Pietro. Questo testo è narrato anche dal Vangelo di Marco 8,27-30 e in quello di Luca 9,18-21.

«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La

gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista,

altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro:“Voi chi dite che io sia?”.Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre

mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo». (Mt 16,13-20)

I tre Vangeli sinottici ci offrono la possibilità di riflettere sull’identità di Gesù e sulla necessità che ogni cristiano abbia chiaro nel cuore e nella mente il suo identikit.

Ci troviamo a Cesarea di Filippo, da un punto di vista temporale, grazie a i tre Vangeli Sinottici, sappiamo che Gesù interroga i suoi: per la via, una volta giunto e in un luogo appartato mentre si trovavano in preghiera. I tre diversi riferimenti non si contraddicono ma si completanorivelandoci che è opportuno sempre e ovunque porsi e porgere la domanda essenziale: chi è Gesù?

Di solito siamo bravi a dire cosa ha detto Gesù, cosa ha fatto Gesù, dove è stato Gesù e di riflesso facciamo lo stesso di noi. Ma noi non siamo quello che facciamo, siamo molto di più anche perché spesso quello che facciamo ci tradisce, rivela il minimo celando il massimo delle nostre potenzialità.

Gesù è interessato sul parere della gente e i discepoli rispondono concordemente attraverso dei riferimenti appartenenti alla storia della salvezza: Giovanni Battista, Elia o uno degli antichi profeti. Per la gente è chiaro che Gesù è mandato da Dio ma non è ancora evidente che è Dio stesso nonostante stessero aspettando il Messia. Vi ho già più volte detto che la realtà supera l’immaginazione ma perché questo avvenga è necessario lasciarsi stupire purificandosi dagli ideali che spesso ci deludono.

Avere chiaro ciò che gli altri pensano di noi, del nostro apostolato ma soprattutto di chi ci ha chiamato e inviato ci permette di capire cosa lo Spirito suggerisce ai nostri cuori, ci permette di capire se noi abbiamo capito. Per questo Gesù torna nuovamente ad insistere con la stessa domanda rivolgendola ai suoi discepoli: voi chi dite che io sia? La gente vive un tempo limitato con me, direbbe Gesù, mentre voi state sempre con me, ed è proprio questa condizione di stabilità che necessita di essere resa solida.

Emerge il silenzio dei molti, silenzio che dice più di quanto osiamo pensare. Quel silenzio può indicare l’imbarazzo di non saper rispondere, la paura di sbagliare, l’accordo con quanto già altri hanno detto. In quel silenzio, grazie sempre ai tre Vangeli Sinottici, per opera dello Spirito Santo solo Pietro riesce a rispondere: tu sei il Cristo; tu sei il Cristo di Dio; tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. C’è un crescendo.

Tu sei il Cristo! Proviamo a chiarirci le idee in merito.

Cristo (dal greco Χριστός, Christós) è la traduzione greca del termine ebraico mašíakh ( חיִׁשָמ, «unto»), dal quale proviene l’italiano messia. Il significato di questo titolo onorifico deriva dal fatto che nell’antico Medio oriente re, sacerdoti e profeti venivano solitamente scelti e consacrati tramite l’unzione con oli aromatici.

Nel Vangelo di Luca, Gesù predica nella sinagoga di Nazaret con riferimento all’Unzione del

Signore, come profetizzata da Isaia:
«Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore». (Lc 4,16-19)

Nonostante la chiarezza con la quale Gesù parla di sé, nonostante Dio steso al fiume Giordano e sul monte Tabor lo indica come Figlio amato da ascoltare, Pietro parla, professa l’identità di Gesù sotto azione dello Spirito Santo e si sente dire: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”.

Notiamo alcuni particolare.
Lo appella Beato, ciò indica che la condizione di beatitudine, che è molto più ampia di quellaproclamata sul monte delle beatitudini, non è il frutto di uno sforzo umano ma l’abbandono fiducioso alla grazia di Dio. Non puoi dire all’altro “beata te che sei così, beato te per quello che hai…” senza considerare ciò che l’altro vive e come lo vive. Puoi dire beato te all’altro quanto questo nonostante tutto, per grazia di Dio, anche dove ci può essere l’errore umano, riesce ad essere felice e a rendere in pienezza la propria vocazione.

  • Quando consideri beata una persona? Quali sentimenti scaturiscono in te nel vedere l’altro nella beatitudine? Sei capace di bearti con l’altro?
  • Quando ti consideri beato? Riconosci la fonte di questa beatitudine e sei capace di discernere se è duratura o passeggera? Rendi gli altri partecipi della tua beatitudine?

Lo chiama Simone figlio di Giona, Simone perché la sua nuova identità, donatagli da Gesù,

  • ancora germinale e necessità di tempo ed esperienza per essere pienamente realizzata; figlio di Giona perché come lui, per quanto pieni di Dio, noi sappiamo essere pronti a contestarlo ogni volta che non condividiamo il suo eccesso di misericordia.
  • Nel passato, in alcuni casi ancora oggi, la vita religiosa imponeva il cambio del nome ad indicare un cambio radicale d’identità. In diverse parti del mondo quando vengono battezzati gli adulti che provengono da altre religioni o spiritualità cambiano il proprio nome. Oggi in modo particolare il cambio nome lo fa ancora il pontefice. Noi non abbiamo cambiato il nome ma il Signore ha cambiato la nostra vita sia in scelte definitive che in scelte temporali. Sto

riuscendo a vivere la mia nuova identità? Vi è capitato di tornare a pensare e agire come se Dio non vi avesse reso nuove creature? Perché?

  • Se è vero che una nuova identità vi è stata donata è altrettanto vero che questa crescendo matura o “marcisce”. In entrambi i casi stiamo lavorando personalmente e comunitariamente affinché la nostra nuova identità sia sempre il riflesso dell’amore incondizionato che Dio ha riversato su di voi?

Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli, è il Padreche rivela con delle teofanie o attraverso dei sussurri silenziosi al cuore di Pietro e di ognuno di noi, ancor oggi, la verità che ci salva dall’errore di tacere o parlare a sproposito, dall’errore di chiuderci o di aprirci troppo, dall’errore di rimanere inermi o di agire con il cuore e non solo con la mente. A tal proposito rimane significativa l’esperienza di Santa Bernadette che viene creduta dal curato quando la donna le rivela il nome. La veggente non possedeva le capacità e le conoscenze (né la carne né il sangue) per proferire quel nome. Solo dopo tanta insistenza da parte degli altri, ma a seguito di un rapporto intimo e personale che la Madonna ha creato con lei, viene rivelato un nome, una identità che viene dall’alto.

  • Vi è capitato di dire o fare cose che non avreste mai pensato, che vi hanno stupito al punto di dire: “l’ho fatto io, l’ho detto io”? Pensate che in quei casi abbia agito in voi Dio?

Quando tutto ciò si realizza nella nostra vita, quando diamo spazio a Dio di rivelarsi a noi qui

ed ora, nel nostro oggi, si realizza il mandato che Gesù diede a Pietro di legare e sciogliere, in questa vita e soprattutto in quella eterna. Superate il rischio e la tentazione di ridurre la dimensione del legare e sciogliere al solo atto confessionale e alle sole persone dei preti. Questo esercizio, questa missione il Signore l’ha donata a tutti noi quando ci ha parlato della nuova giustizia che è superiore all’antica; tale esercizio è condizione affinché ci sia l’efficacia sacramentale:

«Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24)

Concludendo, vi esorto a dedicarvi del tempo congruo ed opportuno per dirvi oggi e in verità chi è per voi Gesù. Provo a consegnarvi qualche provocazione ma non limitatevi ad esse e date spazio alla creatività.

  • Se Gesù lo riconosci nella nuzialità, come ti senti amato e come contraccambi questo amore?
  • Se Gesù lo riconosci Re, in quale modo vuoi collaborare nel suo Regno?
  • Se Gesù lo riconosci maestro, cosa ti sta insegnando?
  • Se Gesù lo riconosci guida, verso dove ti sta conducendo?
  • Se Gesù lo riconosci povero, di quale ricchezza ti sta chiedendo la condivisione?
  • Se Gesù lo riconosci straniero, in che modo lo stai accogliendo?
  • Se Gesù lo riconosci crocifisso, quali croci ti sta insegnando a portare?
  • Se Gesù lo riconosci nei piccoli, come ti stai impegnando a farli crescere?
  • Se Gesù lo riconosci consolatore, da quali delusioni o sofferenze ti sta consolando?
  • Se Gesù lo riconosci liberatore, da quali legami ti sta liberando?
  • Se Gesù lo riconosci sapienza, da quale ignoranza vuole farti uscire?
  • Se Gesù lo riconosci medico, da quale malattia vuoi essere guarita?

Vi auguro una buona meditazione personale e vi suggerisco, lì dove è possibile, un proficuo confronto fraterno nell’attesa di rivederci domani sera.

Don Antonio Carcanella

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